La madre crudele di ogni amore, il figlio di Sèmele tebana e un desiderio inquieto m'inducono a destare i fuochi sopiti nel mio cuore.
Mi brucia il candore di Glícera che risplende piú chiaro del marmo, mi brucia la sua grazia impudica e il viso di un'ambiguità struggente.
Per possedermi Venere ha lasciato Cipro e non sopporta che io canti gli sciti o l'irruenza dei parti sui cavalli in fuga o altro che non sia l'amore.
Qui ponete, fanciulli, un altare di erbe vive e fronde sacre, l'incenso e una coppa di vino dell'anno passato: compiuto un sacrificio, verrà piú mite.
Q. ORAZIO FLACCO
ODE I 19, A Venere per Glìcera |